Dedicato alla vita

 di Nara Ohanyan

La vita è vita, vivila

Dio mi ha creato e mi ha prescritto una discreta fortuna.

Dovevo nascere dopo nove mesi dal concepimento, ma io avevo fretta e tanta voglia di venire al mondo. Ero molto curiosa di vedere la mia mamma e il mondo.

Era l’ultimo giorno di lavoro di mia madre, dal giorno dopo era in maternità e doveva prepararsi per avermi: comperare le cose per me, cucire, cominciare a lavorare ai ferri.

Lei era veterinaria, andava in montagna a curare le bestie, dopo aver finito il lavoro aveva chiuso il laboratorio con tutti gli strumenti e i medicinali. Tornava giù a cavallo per poi prendere l’autobus.

Io ero molto agitata e non ce la facevo ad aspettare l’arrivo della mia mamma a casa e l’ho fatta cadere da cavallo. Dopo la caduta, lei si è sentita male, sono cominciate le doglie, appena arrivata in città si è recata all’ospedale che era di fronte a casa mia.

Quella notte e quel mattino faceva molto freddo e c’era una tormenta di neve molto forte.

Mia madre raccontava che non aveva mai visto una tormenta di neve così forte.

Io sono nata verso le cinque- sei di mattina dopo otto mesi di gravidanza, pesavo due chili.

Appena nata ho sentito subito freddo e buio e mi sono messa a piangere forte, forte.

Aspettavo di vedere gli occhi felici della mia mamma e quelli del mio papà, ma il freddo e la fame non mi lasciavano in pace.

Ero stupita che il mondo non era così bello come me lo aspettavo.

Tutti tranne la mia mamma dicevano che non ce l’avrei fatta a sopravvivere, la mamma era convinta che sarei vissuta e sarei cresciuta grande, bella e felice. Lei era convinta. La sua convinzione e il suo amore  hanno convinta anche me e sono rimasta viva.

Mi avevano coperto di cotone per tenermi al caldo e con questo cotone avvolto addosso sono entrata in casa mia.

Mio padre: a lui piaceva bere, e non si occupava molto di me, ma più del bere. Io rimanevo offesa quando cercavo i suoi occhi e il suo sorriso e non li vedevo.

Così crescevo piano, piano. Andavo all’asilo, tornavo a casa, mio padre non s’interessava molto di me….I miei genitori si sono lasciati.

Ogni tanto mio padre veniva da me, mi prendeva in braccio e facevamo una passeggiata.

Ricordo come ero felice, quando ero tra le sue braccia e appoggiavo la mia testa sulla sua spalla, che gioia! Mi sentivo sicura e piena di vita! Andavamo a prendere le caramelle, che per me erano il regalo più grande al mondo.

Alla fine della passeggiata mi riportava a casa, e io rimanevo da sola. Ricordo solo che non capivo perché ero rimasta sola, dov’era quella spalla. Mi avvolgeva un buio di solitudine. Dolore. Forse non dolore ma vuoto che mi circondava.

Continuavo a crescere. Mi sembrava di crescere solo da una parte, dall’altra parte era buio, e una strana sensazione del vuoto. Non conoscevo ancora la parole abbandono o non capivo…

Dopo tanti anni mio padre è tornato. Voleva unire la famiglia. Ma io ero abituata a non avere più quella sua spalla, ormai ce la facevo a vivere senza di lui, senza la sua spalla. Sorriso con un fantasma.. solitudine ….offesa.

Lo rifiutai per sempre, nonostante lui venisse spesso a chiedere a mia madre di riunirsi e insieme crescere la loro figlia.

L’ho cancellato dalla mia vita, dalla mia memoria, finchè dopo tanti anni, ormai non c’era neanche più la mia mamma, mi sono svegliata da un brutto sogno. Sognavo che in una piccola stanza su un letto piccolo c’era un signore sdraiato e forse ammalato che mi guardava. Mi sembra di aver visto nei suoi occhi che mi guardavano una lucina di amore.

Accanto al letto c’era un comodino, sopra una lampadina piccola che emanava una luce giallo-rossa. L’uomo mi guardava in attesa ma non mi parlava.

Invece in un angolo sopra c’era in angelo o Dio, credo fosse una piccola figura di Dio che mi diceva: “Tuo padre ti chiede perdono”, “Tuo padre ti chiede perdono”, mi ripeteva questa voce. Ma io mi sono girata e sono andata via, indifferente, senza perdonarlo.

Il mio cuore non mi diceva niente, avevo dimenticato anche quella spalla, così comoda e affidabile.

Alcuni giorni dopo ho saputo da un vicino che mio padre era morto.

Dopo tanti anni, quando sono diventata madre, pensavo che mio figlio non ha né nonna, né nonno.

Quel giorno ho pensato: “Perché non l’ho perdonato?…..Era il mio padre!”.

Nara Ohanyan

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