Nara, Care memorie :un week end speciale

Premessa

Nara Ohanyan

Quando nel 2007 ho saputo che per le donne immigrate si organizzava un corso di autobiografia mi sono incuriosita. Poi ho pensato;- capirai chi si interesserà delle nostre vite e delle nostre memorie.
Appena iniziato il corso sono stata trascinata dall’ interesse e dalle insegnanti che ci hanno coinvolto subito  nella scrittura libera e basata sulla memoria degli eventi passati, e ci spiegavano le tecniche della scrittura.

Io che non credevo in me pensavo:”Ma che scrittrice sono?”. Invece, grazie alla pazienza, all’ amore delle nostre insegnanti verso la materia e la spiegazione su come cominciare a scrivere e come comporre il testo della memoria,  io ho tirato fuori le cose che sembrava avessi dimenticato.
Uno dei racconti che ho scritto riguarda la storia della mia famiglia che si intreccia alla storia dell’Armenia e dell’Unione Sovietica.
Ricordando e raccontando queste memorie familiari,  ho vissuto molti sentimenti: di tristezza e disperazione, di orgoglio e gioia.

 Dopo il corso in un incontro in cui venivano letti  i nostri testi, ho capito che con un po’ di impegno e con l’aiuto delle insegnanti sono riuscita a scrivere dei testi che piacevano alle persone e che i fatti della mia vita che sono  stati vissuti lontano da qui, sono stati compresi e capiti. E così mi sono sentita più vicina ai cittadini di Rimini.

 Un week end speciale

In memoria di mio nonno Karapet

    Era un sabato pomeriggio estivo dei primi anni 60.  Mia madre mi ha detto: “Domani arriva lo zio Khacik e tutti andremo con un pulmino fuori città a fare un picnic”. Vedevo che lei era molto agitata per questo evento, ma io ero molto contenta di vedere questo mio zio che non  ricordavo, perché viveva in Russia. Avevo 3 zii, uno dei quali viveva in Russia e ogni tanto veniva in Armenia a trovare la famiglia: sua figlia e sua nipote, la sorella, cioè  mia madre, i 2 fratelli e altri parenti.
 Ai picnic ero abituata, perché i miei parenti ne organizzavano spesso, però questa volta era diverso. Dalle telefonate che faceva mia madre, capivo che questa uscita era diversa,  più importante delle altre volte, forse perché doveva venire da lontano lo zio Khacik.
 La mattina dopo era domenica e io mi sono svegliata presto, mi sono vestita e sono uscita nel cortile ad aspettare l’arrivo del pulmino con tutti i miei parenti e con lo zio, che non vedevo l’ora di conoscere.
 Mia madre aveva già preparato la carne, che dovevamo cucinare ai ferri, tutta la verdura e la frutta per quel giorno. A un certo punto ho visto arrivare il pulmino e sono corsa ad avvisare la  mamma che erano arrivati. Sono corsa a vederli. Baci e abbracci e tanta gioia per l’incontro.
Mio zio Khacik era un signore alto, con i capelli castani e molto bello.
 Quanta gioia e allegria c’era intorno. Abbiamo caricato tutto nel pulmino e finalmente siamo partiti  insieme, chiacchierando, scherzando e ridendo dalla felicità: tutti eravamo contenti dell’ incontro e del viaggio che stavamo affrontando.
La strada a serpentina saliva e a volte scendeva provocando dei sobbalzi e ogni tanto ci faceva saltare  sui sedili. Quante risate! Finalmente siamo arrivati a destinazione –  nel posto che avevano scelto i miei. Abbiamo cominciato a scaricare le cose dal pulmino e noi bambini non smettevamo di giocare, correre e divertirci. Quando tutto era pronto: la carne arrostita sul fuoco, la verdura cotta ben pulita e tagliata, le bibite per i bambini e vini e cognac per gli adulti, tutti ci siamo messi alla nostra “tavola”: le coperte stese sulla terra. Tutto era invitante e profumato e ci siamo messi a mangiare.
 Poi,  dopo il pranzo, gli adulti si sono incontrati con alcune persone anziane del posto, e un gruppetto dei miei si è allontanato insieme a loro, parlando.
 Ricordo la figura del mio zio più piccolo, Suren, che era invalido, senza una gamba, lui è rimasto con noi e gli altri sono andati via. A certo punto qualcuno ha portato una sedia per  mio zio e lui, stava seduto in cima alla montagna e guardava giù. Una scena che mi è rimasta impressa nella memoria: tra le montagne maestose una figura di un invalido sulla sedia, che con una mano si appoggiava sulle  due stampelle tenute  insieme.
   Dopo parecchio tempo ho sentito delle voci che si avvicinavano. Erano i miei che tornavano giù dalla giù  montagna. Le facce erano tristi e sembravano rassegnati. E dicevano allo zio che li aspettava là, sulla sedia in cima della montagna,  che non avevano trovato niente. Erano passati troppi anni.
Dopo un po’ ho chiesto a mia madre che cosa cercavano laggiù.
 L’anziano signore del posto, o forse era anche un parente nostro, raccontava, che nel lontano 1916  mio nonno era stato gettato giù dalla montagna con il suo cavallo. Allora alcune persone insieme con quel signore anziano ( che all’ epoca era giovane) hanno cercato invano il corpo del mio nonno. Lo scheletro del cavallo lo hanno trovato, ma quello del mio nonno era sparito, non si trovava più traccia del suo corpo.
 Raccontavano che mio nonno Karapet  viveva in una città provinciale Baiaset, sulla riva del lago Sevan, e lavorava presso quello che adesso si direbbe il sindaco di  Baiaset, come sua  “guardia del corpo”.
Alcune persone amiche hanno avvisato il mio nonno che le autorità zariste  lo cercavano.
 E un giorno lui è stato inseguito, preso, e forse portato in cima a quella montagna, da dove poi è stato  buttato giù.
Adesso capisco la disperazione dei miei parenti, che volevano trovare almeno un osso per dare sepoltura al nonno. Ma non c’era niente da fare.
   La sera, quando è sceso il buio, tutti si sono radunati davanti al fuoco e parlavano tra di loro, ricordavano le cose passate da molto tempo.
 Io ero stanca e il buio mi spaventava. Quando giravo la testa e guardavo dietro di me , le tenebre mi facevano paura, sembrava che ci fosse qualcosa là: “qualcuno che adesso mi si butterà addosso” immaginavo;  oppure sopra di noi volavano le anime delle persone che avevano sofferto,  oppure era l’anima di mio nonno che vegliava su di noi, non lo so. Però davanti c’era un bel fuoco che ci scaldava e dava la luce; accanto a me la spalla della mamma, e vicino i miei parenti. Tutto questo mi rassicurava e mi sono addormentata sulle ginocchia della  mamma.
 Non mi ricordo il viaggio di ritorno. Ricordo però che la sera  non c’era più quell’ entusiasmo che al mattino ci aveva accompagnato durante il viaggio verso il picnic.

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