La veglia

 Sin qui i testi pubblicati erano di donne che hanno partecipato al laboratorio di scrittura autobiografica e che fanno parte della piccola comunità di Vite in transito.Il racconto seguente  è di Milvia Comastri, un’ amica che ha letto un testo di Mirela Cimpoesu, quando abbiamo presentato il nostro libro L’ospitalità della scrittura. Milvia è una brava scrittrice , che oltre ad aver pubblicato 2 libri ha un bel blog, Rossi orizzonti, il cui link abbiamo segnalato .. ecco il suo racconto che riguarda una donna in transito, una assistente famigliare, comunemente  detta ” badante” con  brutto termine; la donna in transito, che ci presenta Milvia, trasuda umanità , ha stabilito una relazione affettiva profonda e autentica con la donna di cui si prendeva cura ed è molto migliore dei famigliari di questa, avidi e gretti.

La Veglia

di Milvia Comastri

E ti sto a guardare, ma non ti riconosco. Non li vedo i tuoi occhi, che avevano da tempo imparato la dolcezza. E anche le labbra le vedo appena. Come se si fossero scavate una fossa fra il naso e il mento, per seppellire il sorriso.

La prima volta che mi hai sorriso è stato quando ho sbagliato  a dire una parola. Avevo detto: nella placcia c’è il mercato. E tu mi hai detto che placcia ti faceva venire in mente un posto grasso e tondo, mentre la nostra piazza era stretta e lunga. È come te, hai detto. E hai sorriso. Al tuo sorriso ho legato la parola nostra: nostra piazza, avevi detto. Ho capito che sarebbe andato tutto bene, da quel momento, e che sarebbe andata via quell’onda scura che ti riempiva gli occhi, quando mi guardavi. Ti ci erano voluti tre mesi, per mandarla via. Poi me lo hai detto, il perché di quell’onda. Volevo starmene da sola, mi hai detto. Che non ti piaceva l’idea di un’estranea che ti girava per casa, hai detto. Ma avevi dovuto cedere, perché i figli potessero stare tranquilli.

Dalla cucina arrivano le loro voci. Sono ore che vanno avanti. Non sento quello che dicono, ma che stanno parlando di me lo capisco. Sono ringhi di cane, quelle loro voci. Vorrei andare in cucina e dirgli: State zitti!  Ma rimango con te, perché non so fare altro.

Erano mesi che non si facevano vivi. L’ultima telefonata a Natale, e già  siamo ad aprile. E tu che dicevi: Hanno tanto da fare, non hanno tempo. E poi lo sanno che ci sei tu, per me. Non sono cattivi, dicevi, mi vogliono bene. E io che ripetevo: Sì, non sono cattivi. Non trovano il tempo. Ma intanto pensavo che il tempo io, al posto loro, lo avrei trovato, e mi veniva da farti una carezza sul viso reso stanco dagli anni. Ma la mano mi si fermava, perché c’è stato sempre un pudore dei gesti, fra noi.

E continuo a guardarti, mentre ti tengo una mano, ora che il pudore non fa più muro, e dalla finestra entra l’aria  salata di mare e arrivano le voci dei gabbiani e della vita che continua. Al mare ci andavamo anche d’inverno. Mi dicevi: Copriti bene, che c’è vento, oggi. Ti piacevano quelle mattine ventose, con le onde del mare che sbattevano sulla scogliera e si aprivano in spruzzi bianchi, per poi ritornare giù, e lasciare il posto ad altre. Mi raccontavi che nell’infanzia il mare ti faceva paura, ma che un giorno hai pensato che era brutto avere paura di una cosa tanto bella, allora hai deciso di entrare nell’acqua. E il mare mi ha abbracciata, dicevi, mi ha abbracciata e io ho abbracciato lui, ma piano, con dolcezza, come due fidanzati giovani giovani, raccontavi. D’estate, alla spiaggia ci andavamo poco prima che il sole calasse. Dicevi che quello era il momento più pulito del giorno. C’erano volte che camminavamo  fino  al molo, tu con quei tuoi passi lenti, come se i piedi avessero parole da pensare e non volessero farsele  sfuggire. Io che a fatica rallentavo il passo, che sempre ho camminato veloce, nella mia vita. Sempre a rincorrere qualcosa, o qualcuno.

Stavamo in silenzio, per la maggior parte del tempo. Poi, quando era ora di tornare, cominciavi a dire: Quando era vivo mio marito… Ed era come se ti fossi ripassata una storia, dentro di te, mentre camminavamo sul bordo del mare, e, finalmente sicura, la tirassi fuori. Raccontavi con una voce incantata, sentivo note di musica felice, nella tua voce. Come se raccontassi l’Eden. Io ti ascoltavo, io, che il marito ancora ce l’avevo vivo, ma non era l’Eden, la mia storia, pensavo. Dicevi di lui, di come fosse gentile e bello, non proprio bello, aggiungevi, un tipo alla Jean Gabin, così, ma gentile. Non sapevo chi fosse Jean Gabin. Una stella del cinema, mi hai detto. E quando siamo arrivate a casa mi hai fatto vedere una sua foto, su un giornale ingiallito e hai preso la foto del matrimonio e l’hai messa vicino alla fotografia del giornale. Sì, ho detto, si assomigliano. Anche se non lo pensavo. Per farti piacere, l’ho detto.

Chissà dove le metteranno, loro, le fotografie. E i tuoi libri, quelli che mi leggevi ad alta voce. Senti come è bella la mia lingua, dicevi, e mi spiegavi ogni parola che non conoscevo, e mi si apriva un mondo, davanti agli occhi. Li butteranno, loro, quei vecchi libri. Butteranno i libri, la fotografia di Jean Gabin  e gli asciugamani che, mi hai detto, avevi ricamato per il tuo corredo.

Continuano a ringhiare, di là. Ringhiano per  quel foglio.  Per quel foglio che hanno trovato, uguale a quello che tu hai portato dal notaio, saranno due mesi. Me lo hai letto, quel foglio. C’è scritto che mi lasciavi la casa,  quando saresti morta. E io ho detto: No, lei non muore, signora.

E invece.

Questa mattina mi hai detto: Non ho voglia di alzarmi. Dormo ancora un poco. E non ti sei svegliata più.

Ma io la casa non la voglio. Non è casa mia, adesso che te ne sei andata.

Adesso glielo vado a dire, ai tuoi figli, che non la voglio. Che stiano tranquilli. Che la casa è loro.

E che facciano silenzio, alla fine.

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Comments
One Response to “La veglia”
  1. Milvia ha detto:

    Mariolina cara, leggo solo ora. Grazie di cuore per aver dato visibilità alla … mia badante e grazie per le belle parole che mi dedichi.
    Un abbraccio

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