Emigrazione, una decisione folle

di Antuaneta Simionescu, Suprya

Italia, aeroporto di Fiumicino. Atterraggio alle ore 15 del 25-8-1990.
Eravamo soli con un grande bagaglio dietro di noi. Per un attimo una sensazione di liberazione: eravamo senza regole e imposizioni e tutto sembrava possibile. Per un attimo eravamo riusciti a far coincidere il sogno con la realtà. Forse abbiamo preso una decisione troppo avventata, eravamo senza alcuna esperienza, non sapevamo che ci eravamo imbarcati in un’impressa rischiosa; iniziavo a sentire preoccupazione, ansia: ora cosa facciamo?
Per due giorni siamo rimasti nell’aeroporto e per due notti abbiamo dormito appoggiandoci ai carrelli per i bagagli, vicino al posto di polizia, e questa vicinanza mi faceva sentire più sicura. Il terzo giorno dall’arrivo, finalmente, siamo arrivati a Roma. Mentre stavamo andando in questura per parlare con qualcuno, ci siamo fermati nel parco lì vicino e abbiamo iniziato a guardare dentro la valigia per vedere come alleggerirla. Abbiamo deciso di sbarazzarci dei nostri bei vestiti, mi dispiaceva un casino, ma non potevamo fare diversamente , abbiamo preso i vestiti, giochi e tutto quello che era superfluo e l’abbiamo messo nei cestini dei rifiuti. Eravamo molto stanchi, Andrei non ce la faceva più: era piccolino e lo abbiamo coinvolto nella nostra follia. Non sapevamo dove andare.
Abbiamo dormito sulle scale di una pensione vicino alla stazione Termini, abbiamo cercato di nasconderci lì al quarto piano, sul pianerottolo. Ma qualcuno, insospettito, è andato alla reception a denunciare che noi eravamo li a dormire. Il portiere è arrivato con la polizia, noi eravamo spaventati, io ero piena di vergogna. Il poliziotto con l’arma puntata ci ha chiesto i documenti. Andrei piangeva e voleva tornare a casa. Alla fine ci hanno lasciato rimanere li, anzi il portiere ci ha portato qualcosa da mangiare; ricordo che c’era anche una mozzarella, che a me sembrava di gomma, ho fatto fatica a mangiarla , ma la fame era grande. La mattina dopo mentre stavamo per andarcene col nostro povero bagaglio è arrivato il portiere che ci invitava a tutti tre a un bar per una colazione: è stato un bel regalo che ci ha fatto. Ciò che mi colpiva maggiormente era l’approccio alla vita, tanto diverso dal nostro, la solidarietà.
Avevamo bisogno del permesso di soggiorno: in questura c’erano delle file immense, io con Andrei in braccio; alla fine siamo riusciti a fare qualche documento, ma ci sono voluti tempo e tanta pazienza. Abbiamo avuto dei giorni difficili, non avevamo dove lavarci, sistemarci, eravamo come dei barboni; abbiamo provato di andare in una pensione ma costava troppo e non avevamo soldi; così, non sapendo dove andare, siamo tornati dal nostro portiere che ha fatto finta di non vederci e abbiamo dormito di nuovo li. Poi da altre persone bisognose come noi abbiamo imparato a cercare e a trovare dei posti per mangiare e dormire la notte .
Ci siamo rivolti alla Caritas di Roma per registrarci con un tesserino, eravamo tutti schedati ma io dovevo fare qualcosa per mio figlio, dargli da mangiare e un posto caldo dove dormire.
Non posso dimenticare la vita da barboni che abbiamo fatto tutti e tre; abbiamo dormito con i barboni, mangiato alla mensa dei poveri insieme a loro. Andrei era la mascotte dei poveri, gli volevano bene, erano affettuosi e ci davano sempre la priorità quando eravamo in fila per un piatto da mangiare. Per me era scioccante trovarmi a passare da una condizione media a una condizione bassa: mangiare con tutti barboni, alcolisti, prostitute, condividere con loro la stanza, la vita, il bagno. Mi vergognavo tanto della vita che insieme conducevamo, non era quello che io cercavo; ma dovevamo sopravvivere alla tempesta, se no saremmo annegati. Abbiamo girato Roma, Ladispoli, S. Marinella, Civitavecchia, tutti gli asili, tutti i parchi, tutti gli istituti per trovare dove fermarci e darci un può di tranquillità e stabilità; ma tutto era solo di un momento, nulla di stabile; eravamo sempre in movimento.
C’è stato un periodo in cui dormivamo sui treni. Con l’arrivo della notte prendevamo i nostri bagagli e andavamo alla stazione Termini al nostro treno che ci ospitava fino allo spuntar del giorno, a volte presi di mira dalla polizia. E altri come noi: tutti amici del treno e compagni dello stesso viaggio eravamo in corsa per prenderci un posto nello scompartimento del treno che ogni notte ci ospitava. Ogni giorno si scendeva e si saliva.. in fondo come . .un albergo Dio! Cercavamo di lavarci, come si poteva, in mezzo ai binari, con una bottiglia d’acqua. Poi andavamo a fare la colazione alla finestra della chiesa di S. Gregorio, dove attraverso l’inferriata ci davano una ciotola di caffèlatte e una rosetta, che era croccante e buona. Dopo questo inizio della mattinata ci muovevamo verso la ricerca di un lavoro al nero, c’era solo quello e tutto funzionava attraverso il passaparola, le conoscenze o varie associazioni di volontariato ma sempre al nero.
Dopo aver fatto le nostre corse faticose, avevamo bisogno di nutrirci e mangiavamo alla Caritas. Poi, dopo un buon pasto, andavamo nella nostra casa che non aveva un tetto. Il nostro tetto era il cielo, il sole, le nuvole, l’aria, il vento: questa era la nostra casa, l’intero universo. Ci mettevamo sull’erba profumata che con tanta generosità accoglieva i nostri corpi stanchi e sporchi sotto l’immensità del cielo che ci proteggeva, offrendo tranquillità, pace, e riposo; riconosco che per la prima volta nella mia vita ho apprezzato cosa vuol dire dormire nell’ erba e sentire la sua fragranza, mi piaceva molto e riposavo bene in pace.
Certo, ora che ci penso ci vuol coraggio a lasciarsi tutto alle spalle come abbiamo fatto noi ,senza sapere che cosa possa riservare il futuro ..Abbiamo sofferto tutti tre, ma, procedendo per tentativi ed errori, abbiamo cercato di dare un significato a quello che facevamo. Era un crescere insieme ad Andrei.
Oggi, scrivendo, mi accorgo di quanto lontana o vicina fossi ai miei sogni. Lontana, perché chiudendomi nel guscio della routine quotidiana, mi ero convinta che non ci fosse un modo diverso o migliore di vivere la mia vita; e vicina, perché in fondo al mio cuore pensavo a un altro paese, sperando di trovarvi il mio posto. Certo, non avrei voluto correre dei rischi con esperienze così negative. E’ pur vero che dopo tante battaglie negli uffici, con la lingua, con un figlio in braccio in mezzo ai poveri sono riuscita sempre a uscirne fuori .

 

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Comments
One Response to “Emigrazione, una decisione folle”
  1. gloria olivares ha detto:

    Cara amica supriya, adesso sei un’altra, sei una donna coraggiosa, guarda avanti, tu figlio è fiero di te e come tu dice sei sempre riuscita a uscire fuori, un abbracio

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