Testi che fanno parte di Semi erranti: La regina nera

di Dora Kotai

Per me  lei è femmina. E’ la diva nera. Molto femminile, un po’ anche elegante. E’ nera e tonda o quasi tonda come una gonna. Ricoperta da un guscio duro, quindi per sentire la sua fragranza, bisogna arrivare alla parte interna. E’ profumata, ma il sapore è peculiare, non è scontato che piaccia, nemmeno io l’ho sempre vista e vissuta così come la vivo oggi.
Quando ero bambina, era qualcosa che evitavo nettamente. Mi ricordava del fango e il suo sapore era troppo particolare per il mio palato fanciullo. Di solito ai bambini non piacciano i sapori particolari o forti, quindi rifiutano una serie di cibi che solo crescendo iniziano ad apprezzare. A quei tempi la mangiava solo mio padre. Pensavo che la pasta al fango fosse un cibo per uomini grandi con capelli ed occhi scuri, fisicamente forti e resistenti, come il mio papà. Con il passare degli anni, il suo profumo diventava sempre più attraente però, quindi nonostante la convinzione che mi facesse schifo, ero sempre più spesso tentata di dare un bel morso a un dolce fatto o farcito con lei. Ma c’era un altro problema: dopo averla mangiata, viste le sue dimensioni, si infilava tra i denti. Da un bel sorriso gridavano i pallini neri attaccati ai denti bianchi. Scena che un’ adolescente come me non poteva permettersi. Quindi, pur di evitare che la terra sotto i miei piedi si aprisse e io sprofondassi dalla vergogna, continuavo a dire che mi faceva schifo. Solo dopo essere guarita dal morbo chiamato strane convinzioni di una ragazza adolescente ho iniziato a considerarla squisita, fragrante, profumata.
Lei è anche festa. Soprattutto Natale. E’ di tutti, anche dei poveri, anzi, una volta era dei poveri, dei contadini. E’ una donna antica che viene dall’Asia, ma che è coltivata anche nei campi dalle mie parti, da centinaia di anni. Ed ora la tengo in un sacchetto, proprio lì, nel secondo cassetto del mobile bianco della cucina, accanto ai legumi secchi che porta Francesco dal suo Salento.Me l’ ha data la mia mamma. Lei l’ ha avuta da sua sorella. E’ una di quelle “cose” preziose che porto con me, da casa, perché qui non c’è. O forse c’è ma la si usa poco. Non credo che faccia parte della cultura culinaria del Bel Paese. Averla qui non significa solo poterla usare, mangiarla. Averla vuol dire creare un ponte tra qui e lì, tra le due case.
Vi presento il seme di papavero.

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