Una testimonianza da un campo profughi siriano in Libano

Di Hadia Ballabio

Io sono partita i primi di novembre con l’Operazione Colomba, il Corpo civile di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII,  che da più di 25 anni lotta e resiste al fianco delle persone che vivono in zone di conflitto. Siamo attivi in Palestina, sulle colline a sud di Hebron, in Albania con le famiglie coinvolte nelle vendette di sangue, con i membri della comunità di pace di San José de Apartadò in Colombia, con i profughi siriani nelle tendopoli del nord del Libano; i volontari di Operazione Colomba (per periodi brevi o lunghi) vivono in queste realtà, condividendo la propria quotidianità con la popolazione del luogo.

Il mio progetto era di fare questa esperienza di volontaria, nel campo profughi di Tel Abbas, in Libano per un mese.

Il Libano è un piccolo paese che conta 4 milioni di abitanti, ai quali, negli ultimi anni, si sono aggiunti quasi altri 2 milioni di siriani. Le condizioni economiche, politiche e sociali del paese non sono affatto favorevoli per questi ultimi, che sono costretti a vivere confinati nei tanti piccoli campi profughi sparsi lungo le strade del paese. Il campo di Tel Abbas, in cui è attiva la presenza di Operazione Colomba, si trova a 5 km dal confine con la Siria.

Il Libano non ha aderito alla convenzione di Ginevra del 1951, che stabilisce il diritto di asilo e lo status di rifugiati a coloro che scappano da guerre e persecuzioni.

Insomma lì la vita dei profughi siriani in Libano è piena di difficoltà. Non hanno documenti, e quindi gli è negata la libertà di movimento. Lungo le strade del Libano si incontrano frequentemente dei check-point, posti di blocco in cui i militari fermano le macchine e controllano i documenti : se non li hai e sei siriano, ti arrestano, per legge, per tre giorni. La sanità è privata, spesso i siriani sono costretti a indebitarsi per ottenere le cure o devono  affrontare lunghi viaggi – e dunque rischiare di essere arrestati, per raggiungere ospedali convenzionati con associazioni che coprono le spese mediche. Uno dei ruoli di noi volontari consiste nell’accompagnare i siriani in questi viaggi e garantire per loro, nel caso vengano fermati ai check-point; di fatto noi ci avvaliamo dei nostri diritti da internazionali per far valere i loro. La vita in tenda comporta tante scomodità: d’estate è molto caldo, d’inverno è molto freddo, i bagni sono fuori, niente acqua calda, l’elettricità che spesso si scollega. Il campo profughi non è assolutamente un luogo degno, sicuro, vivibile per nessuno e ancora meno per crescere i numerosi bambini che vi abitano. Molti di loro ci sono nati e vivere in tenda è la loro normalità.

La tensione tra i libanesi e i profughi siriani  è molto forte, spesso sfocia in attacchi violenti da parte dei libanesi nei confronti dei siriani. Infatti la presenza fissa di Operazione Colomba nel campo nasce dalla  richiesta dei profughi che avevano ricevuto minacce di morte da parte dei vicini libanesi spaventati dal loro arrivo. Vivendo nel campo con i siriani, in tende come le loro, dimostriamo che non sono pericolosi e allo stesso tempo la presenza di osservatori europei nel territorio limita le aggressioni.

Le giornate al campo sono molto lunghe e sono sempre diverse. Spesso quando è bel tempo stiamo di fuori, giochiamo con i bambini, chiacchieriamo e scherziamo, beviamo il mate, fumiamo il narghilè insieme ai rifugiati. Quando è brutto tempo stiamo in tenda e la giornata viene scandita da visite di persone che bussano alla nostra porta per ricevere ascolto e conforto, per chiederci di venire segnalate per poter viaggiare verso l’Europa con i Corridoi umanitari della Sant’Egidio, o per richiedere particolari aiuti all’UNHCR.

I racconti che sentiamo sono quelli di chi ha perso almeno un parente sotto le bombe, di chi è rimasto ferito, di chi ha visto crollare la propria casa, di chi è dovuto andare a combattere contro la propria volontà, di chi è stato arrestato senza motivo, di chi è stato torturato e  tutt’ora ne porta i segni.

La cosa più difficile, per me, è stato il non farsi trascinare giù da tutta questa sofferenza, che dopotutto queste persone portano addosso. Cercare qualcosa a cui aggrapparsi e mantenere viva la speranza e la fede nel cambiamento. In questo ha svolto un ruolo importante la presenza e il sostegno del gruppo di volontari con cui confrontarsi e anche distarsi e farsi due risate e lasciar andare la pesantezza della giornata.

La sera invece facciamo tante visite alle famiglie, ci invitano spesso a cena. La nostra presenza lì per loro ha un valore immenso. Si sentono soli, abbandonati e dimenticati.Dicono sempre che non gli rimane nulla, se non Dio e noi volontari italiani. Il bene che ci vogliono è davvero tanto e lo dimostrano sempre. Dal momento in cui sono arrivata,  mi sono sentita accolta dagli abitanti del campo, accolta come parte della famiglia.

Ho visto nei loro occhi la paura e il dolore di chi ha vissuto la guerra, la disperazione di chi ha perso tutto, l’incertezza di chi non sa cosa gli riserva il futuro, la rabbia causata dalle ingiustizie subite. Ma ancora di più ho visto la voglia di voltare pagina, di rimettersi in gioco e di iniziare una nuova vita. La voglia di ridere e di scherzare. La voglia di dare amore e il desiderio di riceverlo. Spero tanto che un giorno possano tornare a vivere una vita degna di essere chiamata tale. Spero che le famiglie che la guerra ha separato si possano riunire. Credo che per loro dimenticare sarà impossibile, ma gli auguro con tutto il cuore di riuscire ad andare avanti.

 

I

 

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