Un saluto ai ragazzi migranti morti in Puglia, vittime dello sfruttamento

Tre dei ragazzi migranti, morti in un incidente il 7 agosto nel foggiano, vittime del caporalato e dello sfruttamento disumano vivevano a Rimini: Ebere, Romanus, Bafode. La città di Rimini, gli operatori, le persone che li hanno conosciuti li hanno salutati  il 9 agosto, in una manifestazione significativa per condividere il dolore, per riaffermare il diritto di tutti e tutte a un lavoro dignitoso, al rispetto e all’uguaglianza. Pubblichiamo l’intervento di Stella Mecozzi,  di Mani tese, che aveva inserito 2 di questi ragazzi, Ebere e Romanus nel laboratorio di Ciclofficina. Sono parole vere, che condividiamo, parole che parlano alla mente e al cuore. Grazie, Stella.

di Stella Mecozzi

Martedì, dopo una serata bellissima a parlare di migranti davanti a tantissime persone, è arrivato il pugno nello stomaco.
La telefonata.
Ebere è tra i morti del pulmino in Puglia.
Qualche ora dopo in serata è arrivata anche la notizia della perdita di Romanus.
Sembrava che martedi 7 agosto 2018 non dovesse finire mai.

Un grande e immenso dolore.
Un anno di progetto, ore in Ciclofficina a lavorare, a scherzare a sorridere.
Un anno di eventi assieme: il duro lavoro e la gioia del Campo Missionario.
Un anno di scambio delle proprie emozioni e delle proprie paure.
E poi i momenti di socialità: sempre rimarrà in noi l’immagine del giro pizza dello scorso anno dove i ragazzi nigeriani scherzavano e ridevano con gli altri ragazzi, che provengono da ambiti sociali diversi, di nazionalità diverse, ognuno di loro con le proprie difficoltà emotive e psicologiche,
ognuno parte della famiglia di Ciclofficina.
Tutti arrivano timidi, non parlano, poi quando li vedi così coesi, allora pensi di avercela fatta.
Per una piccola briciola, per un piccolo passo, pensi proprio di avercela fatta, di aver raggiunto gli obiettivi che ci siamo dati, credendo nel progetto di Ciclofficina.

Dopo un primo momento di profondo smarrimento, appena ricevuta la tragica notizia,
io e gli altri coordinatori di Ciclofficina, ci siamo detti:
è impossibile, cosa ci facevano lì?

Ed è questo un punto importante.
Io mi sono domandata mille volte in questi giorni come fosse possibile che ragazzi che avevano ricevuto un supporto di accoglienza fossero là.
Che quei ragazzi che si erano confidati con noi, per un piccolo pezzo, e con tutte le altre realtà che li hanno accolti e che hanno costruito percorsi con loro, fossero là.
In quel pulmino accartocciato, con altre 14 persone, sfruttati come braccianti agricoli sotto il sistema del caporalato.
Il primo pensiero è stato allora il nostro lavoro è inutile, non ci siamo riusciti.
Se i nostri obiettivi sono da sempre: l’integrazione, l’inclusione sociale, lo scambio, parlare ai ragazzi di un lavoro dignitoso, di una giusta retribuzione…allora, mi sono detta, non ci siamo riusciti.
Non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi.
Ebere, Romanus, scusateci.

E’ stato difficile superare questo scoglio.
Ho dovuto riguardare mentalmente la “nostra storia” per ritrovare i passi fatti, gli scambi tra voi e noi.
E li ho visti, quei passi fatti di sorrisi e di parole, di integrazione e di coesione.

Ma sono piccoli e rischiano di perdersi, perché il sistema attorno ha scarpe più grandi e più pesanti di noi.

E voi dovete combattere con uno stato (che quando vi considera) vi considera numeri.
Con un contesto politico che vi considera degli invasori.
Con aziende che vi considerano animali da lavoro.
Con un onda razzista che vi considera inferiori e diversi.
Un sistema di accoglienza che, sia con il permesso o senza permesso, ad un certo punto vi lascia senza supporto.
Certo vi rimane il nostro supporto, la nostra rete umana, ma rispetto ai vostri bisogni, alle vostre priorità, alle vostre paure, è così labile, che non bastiamo.

Ed è per questo che eravate là.
Ed è per questo che eravate là assieme ad Alagie e Bafode.

Per poter colmare la vostra paura di non fare,
Per poter prendere i soldi da mandare alla vostra famiglia,
Per riscattare tutto il tempo in cui non avete potuto aiutarli.
Ed è per questo che avete accettato di essere trattati come schiavi, sfruttati in condizioni di lavoro orribili per pochi euro,
Ammassati in un pulmino.

Ed per questo che noi continueremo a lavorare assieme a tutti i ragazzi, migranti e non, nella nostra piccola officina per continuare a fare piccoli passi.
Ed è per questo che continueremo a lottare fuori dall’officina,
Per far sì che il sistema dell’accoglienza colmi le paure di tutti i ragazzi migranti.
Per far sì che in nessun luogo di lavoro ci si possa sentire sfruttati e senza diritti.
Per far sì che la gente anche al di fuori possa comprendere che voi siete solo le vittime, e il colpevole questo sistema.

Ciao Ragazzi.
E come mi dicevi sempre tu, caro Ebere, Miss you.

 

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