L’Italia al tempo del corona virus: risorse culturali e nazionalismo

L’epidemia di coronite in corso ci sta mettendo a dura prova. Abbiamo bisogno di far ricorso a tutte le nostre risorse a livello individuale e collettivo, per far fronte e per poter stare a galla, nuotare in questa corrente perigliosa e poter arrivare a un approdo. Nomino qui solo alcune delle risorse individuali: capacità di riconoscere ed accogliere le proprie emozioni, quelle difficili da tollerare (paura, dolore, tristezza) e quelle di cui dobbiamo coltivare i semi (fiducia, gioia, speranza, compassione).

Mi soffermo sulla dimensione collettiva.

Nella modernità, in occidente, si è sviluppato il senso del soggetto, che è una risorsa della nostra cultura, e la sua degenerazione: l’individualismo, che è diventato esasperato, a scapito del senso della collettività. D’altra parte la globalizzazione, che tutto sommerge e tutto livella, ci ha fatto perdere la biodiversità delle specie animali e vegetali, ma anche la biodiversità delle lingue e delle culture, con la conseguenza che ovunque, non solo in occidente, si sono persi e si continuano a perdere saperi, mestieri, tradizioni.

Abbiamo perso il senso della comunità. Per reazione si è sviluppato il comunitarismo e il tribalismo, certamente in Italia e in Europa, ma non solo. Ecco lo slogan prima gli italiani. Ecco la difesa miope del localismo.  Rispetto a questo dovremmo riproporre e attuare il pensare globalmente ed agire localmente; recuperare il valore del territorio, mantenendo le interconnessioni col mondo e con il cosmo. Questa epidemia ci costringe a ri-costruire la comunità perduta.  Siamo tutti e tutte fragili e vulnerabili, e possiamo far fronte al pericolo, alla difficoltà, al dolore solo insieme.  Una specie, una casa, la madre Terra. Ma anche un popolo; e cosa fa un popolo?  La lingua, il territorio, la storia, la cultura. Noi italiani ed italiane, abbiamo bisogno di sentirci in questo momento popolo e comunità. Una comunità, che non esclude il diverso, anzi una comunità, un popolo, che include i nuovi italiani/e. Una società italiana multiculturale e multietnica, come la storia e i territori italiani documentano. Dobbiamo essere consapevoli delle nostre risorse culturali e metterle a frutto. Dante, Leonardo, Giotto, Ariosto, Galileo sono i nostri padri; ma l’eredità dei nostri padri e madri la dobbiamo condividere con il resto dell’umanità.

Io sono orgogliosa di avere questi padri, e sono contenta di vivere in questo paese, che sento mio, nonostante i difetti e le storture, che vedo bene. Questi padri, se sappiamo ascoltarli, ci insegnano ad aprirci al mondo e al cosmo, e sento  questa eredità come una grande risorsa, che possiamo far fruttare a beneficio di tutti/e e come una grande responsabilità.

Ci sono tanti modi di intendere la patria. Per Rocco Scotellaro, la patria è la fragilità comune, aperta al soffio, che trapianta il seme e genera nuova vita, al di là dei confini, lontano.

La mia bella patria

 Io sono un filo d’erba.

un filo d’erba che trema.

E la mia patria è dove l’erba trema.

Un alito di vento può trapiantare

il mio seme lontano.

Rocco Scotellaro.

Teniamoci per mano.

Mariolina Tentoni

 

 

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